Nella vita quotidiana la rappresentazione grafica che colpisce l’occhio attraverso i suoi colori e allieta la mente anche nelle piccole cose e, non a caso suscita un inevitabile richiamo.
Al mercato o per strada o in determinati negozi, dove la merce che si vende è reclamizzata, questa forma di richiamo anticamente era molto più diffusa.
Le antiche taverne, luogo abituale di ritrovo, in alcune si trovava per caso il cartello che indicava “Si fa da mangiare”, un’insegna bianca con tanto di scritta in rosso dove veniva indicato con una manina, un piatto in cui si vedevano degli spaghetti.
Nella “friggitoria” luogo deputato per lo smercio di pietanze già preparate e gustate sul posto in base ai prodotti stagionali, oggi “cibo di strada”, dove la fa da padrone è il classico “pane e panelle”, avverte gli avventori che nel periodo in cui la nostra terra ci fornisce le “melanzane” così dolci ed orientali, lì vengono fritte tutte intere nell’olio, tagliate e aperte come un fiore, chiamate “quaglie” che non hanno niente a che fare con il pennuto.
Aveva la forma di rombo il grandissimo cartello, appeso al soffitto delle friggitorie, che indicava le melanzane, agli angoli del pannello altri tre piccoli rombi con scritta dentro la cifra del prezzo, composta con un senso grafico istintivo e rigoroso.
Il centro del rombo era liberato circolarmente e, al suo interno vi pendeva mobile un altro cartello rotondo con scritta a grandi dimensioni… il prezzo.
Il vento, quel poco che spirasse, faceva girare il cartello tondo dentro il rombo, illudendo il consumatore sul costo !
Nello spostarsi, tutta quella composizione, veniva in evidenza la decorazione tutto attorno fatta con fregi gialli, verdi e blu.
Nel periodo estivo, per strada s’incontrano i venditori d’Anguria, mulunara con un bel cartello… “muluna ghiacciati e a mierito” che raffigurava una bella fetta d’anguria con colori sgargianti e il suo prezzo e avverte che là si possono acquistarlesia intere che tagliate a fette per la degustazione in loco, oppure si incontravano i rivenditori di Fichi d’India, che esponevano un ampio cartello: “notte e giorno fichidindia ghiacciati” con tanto di pale verdi disegnate dove si distinguono i dolci frutti semolosi.
Molto semplice è l’insegna del venditore di sale, il cartello indica semplicemente fu fondo bianco e la scritta in rosso, la cifra del prezzo e la quantità di sacchetti che si possono acquistare.
Il mercato, con la vitalità dei suoi elementi, una ricca tavolozza di colori e ombre, è qualcosa di più di un semplice luogo dove avviene la contrattazione tra venditori e acquirenti.
Un budello di strade dove in una sorta di corridoio si muove una folla affaccendata che guardava, negoziava, valutava la convenienza, spesso le botteghe (putie) propagandavano la stessa merce, e certi cartelli avevano lo scopo di far capire all’avventore che esisteva diversità e qualità.
E’ il caso del carnezziere che per esaltare un prodotto come la “sasizza”, la salsiccia di maiale, si premurava a farsi realizzare un rilevante cartello con il fondo tutto bianco dove emergeva la scritta in blu “sasizza extra” con al centro due maialini color rosso o ad imitazione della naturale realtà, capeggiava ad una grandezza superiore il prezzo indicato da una piccola mano.
Accadeva spesso che i prezzi delle merci dichiarate, sui cartelli di carta colorata, non segnavano mai la cifra tonda, allo zero si aggiungeva una piccola codina cosi da confondere l’acquirente e invogliarlo all’acquisto, 10 lire o 19 ? Un espediente, una furbizia levantina, parte integrante del carattere del palermitano assimilato dalla pluralità d’esperienze apprese dalle varie etnie che ci hanno dominato.
Il venditore di olive “cunzate”, preparate, l’ “alivaru” nel suo banchetto predispone la merce a piramide e vende olive bianche e nere, “a fiore”, senza sale e dolce, ad attrarre l’attenzione ci pensano i numerosi cartellini a forma di panierino colorati con carta stagnola dove sono disegnate delle olive all’interno del piccolo paniere e la scritta “oliva nera”, il prezzo capeggiava al centro con caratteri più grandi.
I fruttivendoli e i pescivendoli utilizzavano una specie di scudo colorato dove indicava il prezzo e il tipo di merce esposta, ma era la loro insegna che segnalava il tipo di negozio “putia”, un campo coltivato con le primizie della terra, un mare azzurro abbondante di pesce dove troneggia un’immagine votiva e, da questa si capiva in base alla rappresentazione grafica, come la drogheria che esponeva un cartello dove era raffigurata un certo tipo di pasta di semola con il nome del suo produttore.
Questi cartelli facevano tanto assomigliare alle vecchie insegne di bottega che dipinte su legno o in sottili fogli di legno compensato con esuberanti colori richiamavano il tipo di artigiano o mestiere che veniva esercitato.
Furono le prime forme di comunicazione, affidati alla fantasia di pittori popolari che semplificando un aspetto reale di quel mestiere, servivano a far capire alla gente cosa proponeva il negoziante.
L’etnologo Giuseppe Pitrè ne distingueva due tipi:
quelli “naturali” cioè la cui insegna era rappresenta dalla esposizione di un oggetto inerente alla sua professione o merce, tipo: nell’uscio del chiavettiere era ed è ancora mostrata una grossa chiave per indicare che in quel posto si fanno chiavi, i calzolai usavano appendere le “forme” o un paio di scarpe vecchie, i pastai mostravano una quantità di “maccarroni” serrati da un nastro rosso, gli erboristi una fascina di erbe che per l’occasione stazionava ad asciugare, ancora oggi in qualche strada del centro storico si possono osservare questi stereotipi.
Quelli “artificiali”, tipo una tavola dalla dimensione uniforme che avevano dipinto con una scena che ricordava il tipo di attività o di articolo. Il fruttivendolo si faceva dipingere un campo con alberi da frutto, il fornaio un campo di spighe, la levatrice con una sedia gestatoria o il barbiere cava denti con un grosso molare, insomma cose d’altri tempi !
Si possono notare, anche per caso, ma sono gli occhi che vengono attratti da un cartello scritto a mano che fa mostra di sé dalla vetrina di un negozietto di alimentari: “panini imbottiti” con espresso il loro prezzo a caratteri giganteschi dove viene raffigurato un panino imbottito.
Ad eseguire questa originale figurazione erano i “pitturara” che si aggiravano per i mercati, e da lì che poteva esserci una forte richiesta, avevano un magazzino “malasieno” dove depositano i materiali per il loro lavoro, il laboratorio era ambulante di volta in volta si fermavano davanti al negozio, chinandosi su una cassetta dal margine molto basso che utilizzava come tavolino da dove aveva estratto del cartone bianco, forbici e fogli leggeri di carta lucida di diversi colori.
Disteso sopra quella un cartone bianco, con le forbici si ritagliava i vari fogli colorati e si ricavavano le lettere, quasi sempre per la E, la M, la O si piegava in due la carta in modo da ottenere con un colpo solo la simmetria.
La provenienza dei caratteri da un unico alfabeto, alle varie altezze era corretta, si distribuiva con perfetta proporzione le varie cifre e lettere, quando si finiva di sistemarle si passava ad incollarle con una speciale colla ricavata da farina e acqua.
Alla fine quando tutto era inquadrato per il verso giusto ad ultimare il lavoro era il disegno di due fiori che stavano ad indicare la propria firma.
Il personaggio più in vista d’allora era un certo signor Maiorana che abitava in un’antica via del centro storico di Palermo, l’ultimo ad utilizzare questa tecnica antica.
In tempi moderni il figlio di quest’ultimo rimase l’unico a continuare la vecchia tradizione grafica, sono cambiati i materiali, i tempi, oggi si utilizza per le insegne il “plexiglass” dove lettere e cifre vengono dipinte a mano o con una mascherina di latta o di cartone che ricalca lo stampo tamponando con il pennello la vernice dal colore desiderato.
Il vecchio laboratorio ambulante si è trasferito in un locale alla periferia della città e la concorrenza ha stravolto i connotati commerciali, ma la tradizione il signor Giuseppe Maiorana la continua nella sua bottega dove si riproducono i vecchi cartelloni su cartone telato e dipinti a mano libera e la sua committenza restano ancora quella di strada e dei mercati.
























